Fonte orale
Studenti 1^ F ITSOS
ins. Silvana Sgarioto
INTERVISTA A LICA STEINER

Quali ricordi conserva della sua infanzia? Come definirebbe i rapporti con i suoi genitori? Che tipo di educazione ha ricevuto da loro? A quali valori facevano riferimento? Quali erano i loro metodi?
Ho avuto un’infanzia meravigliosa. I rapporti con i miei genitori erano ottimi: mio padre era molto aperto rispetto all’educazione che si dava a quei tempi. Dava molta libertà a noi ragazzi, diceva “dovete avere coscienza di quello che fate ed essere responsabili di voi stessi”. Non abbiamo avuto un’educazione religiosa; mio padre era ebreo mia madre cattolica e, dopo il matrimonio, hanno deciso che toccava a noi scegliere se essere cattolici piuttosto che ebrei, oppure né l’uno né l’altro come di fatto è avvenuto.
Mio padre considerava che la coscienza di se stessi e quindi il senso del dovere non potevano essere imposti dall’esterno, dovevano essere una scelta dell’individuo. Sosteneva che tutte le religioni hanno avuto lo stesso scopo e la religione è stata la prima forma di socializzazione dei popoli perché con la religione venivano dati i motivi morali per non fare del male agli altri e così via. Noi non osservavamo i dettati di  nessuna fede religiosa: per esempio, in casa mia si festeggiava il Natale perché andavamo in una scuola comunale e pubblica dove la maggior parte dei bambini erano cattolici, festeggiavamo il Natale e  ricevevamo i regali come gli altri bambini. Nello stesso tempo in casa mia due o tre feste ebraiche, come ad esempio la Pasqua venivano festeggiate. Mia madre faceva preparare alla cuoca i piatti tipici di quella ricorrenza; si comprava il pane azzimo, il pane non lievitato, che gli ebrei mangiano in ricordo della uscita dall’Egitto.

I suoi genitori dunque non hanno  condizionato le sue scelte? 
Mai in nessun campo. Noi figli, tre fratelli e una sorella, sapevamo come dovevamo comportarci proprio perché ci veniva data molta libertà di scelta.  Visto che ero l’unica ragazza, ero molto coccolata, molto amata e molto difesa, mi chiamavano “principessa”. Sono stata educata come i miei fratelli, come se fossi anch’io un maschio: i miei fratelli facevano le corse e dovevo farle anch’io, saltavano giù dai muri dovevo farlo anch’io. Sono stata una delle prime donne che si sono messe i calzoni .

Quali scuole ha frequentato?
Ho frequentato una scuola francese a Besançon  fondata da beghine francesi, l’Istituto Jeanne D’Arc. Si seguiva un piano di studi simile a quello di un liceo. Avevo l’insegnante di pittura e quella di piano, come si usava nelle famiglie borghesi.

Come ha fatto a diventare una grafica?
Questa è bella…Mi occupavo d’arte e frequentavo un corso di pittura. Poi ho conosciuto Albe; lui era un pioniere della grafica quando ancora non si sapeva neanche cosa fosse. I libri, i manifesti , tutto quello che veniva stampato, che oggi chiamiamo grafica,  era composto e impaginato dal  tipografo secondo uno schema razionale ma non seguendo criteri estetici; spesso ai pittori venivano affidate le copertina. Il mestiere di grafico non esisteva ancora. Steiner veniva da una famiglia di imprenditori; il padre possedeva la fabbrica di biciclette Atala, ma aveva anche una vera passione per i libri. Anche ad Albe piaceva costruirsi i suoi libri.  Suo fratello maggiore era avvocato e lui avrebbe dovuto fare il commercialista, secondo i piani familiari. Ma non era assolutamente nelle aspirazioni di Albe diventarlo. Naturalmente è dovuto entrare alla Bocconi e credo che abbia fatto un paio di esami, forse. Frequentava gruppi di artisti; in quegli anni Munari e Veronesi erano interessati all’estetica della carta stampata. Albe, sottraendosi al destino professionale che gli era stato assegnato, si dedicò a questo tipo di ricerca.

Vivere durante il fascismo a Milano: come racconterebbe quegli anni dal punto di vista di una bambina e di una adolescente? Cosa pensa oggi del fascismo?
Del fascismo non posso che pensare quello che la storia ha decretato: è stata una coercizione.
Devo dire che mio padre era ebreo bulgaro di nazionalità spagnola  e per questo io non fui coinvolta nella mobilitazione di massa imposta dal fascismo: non ero costretta a indossare la divisa di piccola e poi giovane italiana, né a partecipare ai sabati fascisti. La famiglia di Albe era antifascista perché lo zio Matteotti era stato una vittima del fascismo al potere. Erano molto sorvegliati. Per qualche tempo i figli di Matteotti hanno vissuto presso la famiglia di Albe. 

Quando era una ragazzina, cosa sognava di fare da grande?  Qual è il sogno che non è riuscita a realizzare?
Mi sono sempre posta obiettivi realizzabili e credo di averli raggiunti. Non ho mai pensato di fare la presidente della repubblica. Sono stata fortunata perché credo di aver partecipato alla nascita della grafica e alla sua grande influenza sulla cultura italiana del secondo dopoguerra. Avendo sposato molto giovane Albe abbiamo costruito insieme la nostra vita professionale e familiare. Vivevamo insieme 24 ore su 24. Avevamo molti amici e ci trovavamo spesso, perché sentivamo il bisogno di contribuire alla ricostruzione dell’Italia. C’era uno slancio generale, un grande senso di solidarietà. Oggi credo che prevalga sui luoghi di lavoro la competizione. Noi eravamo animati da una grande passione politica, questo oggi è forse difficile da capire perché la politica è decaduta. Per la nostra generazione confrontare le proprie idee con quelle degli altri senza insultarsi era la norma; anche se spesso nascevano conflitti e non mancavano gli scontri. Ma anche queste erano occasioni per crescere.

Le leggi razziali: hanno cambiato in qualche modo la sua vita quotidiana e quella della sua famiglia? Quali effetti ha avuto il razzismo su di lei e sui suoi familiari?
Le leggi razziali hanno devastato la mia famiglia. Intanto alla loro uscita mio fratello ha dovuto interrompere gli studi al Politecnico. Noi non frequentavamo la sinagoga ma abbiamo subito lo stesso discriminazioni. Mio fratello è andato a studiare in Canada dove si è iscritto alla facoltà di ingegneria a Montreal; quando è cominciata la guerra si è arruolato volontario nella Marina canadese ed è stato destinato a un sottomarino, che poi fu silurato.
Le leggi razziali sono state feroci con la mia famiglia: mio padre è stato preso da un gruppo di SS in vacanza tra Stresa e Baveno. Insieme a lui sono scomparsi due nostri cugini fuggiti dalla Francia, che noi avevamo accolto nella casa di Mergozzo. Non abbiamo avuto più notizie di loro. Io mi auguro che li abbiano ammazzati subito e che non siano passati fra le atrocità dei campi di sterminio. 

Qualcuno dei suoi amici o conoscenti è stato deportato?
Il fratello di Albe è morto nel campo di concentramento. Era militare in Sicilia ma poco dopo fu mandato a Nord per aiutare la Resistenza. È stato catturato e portato prima a S. Vittore, poi nel campo di Fossoli e infine ad Ebensee, dove è morto pochi giorni prima della liberazione.

Nel 1939 aveva vent’anni: come ha reagito lei e la sua famiglia alla notizia della guerra? Cos’è la prima cosa che ha pensato? Qual è il ricordo più brutto della guerra?
I miei genitori erano in America, nel 1937-38, erano andati a trovare i miei fratelli che vivevano lì. Quando è scoppiata la guerra i miei fratelli avevano sconsigliato mio padre e mia madre di rientrare in Italia; ma  loro si preoccupavano per me e mio padre pensava che la cittadinanza spagnola lo avrebbe tutelato. Una volta tornati in Italia è successo tutto quello che vi ho già raccontato: mio padre è stato prelevato dalla sua casa e ucciso; la casa di Mergozzo distrutta e cosi via. Io ho fatto la Resistenza con Albe subito; abbiamo liberato la Val D’Ossola ma i fascisti l’hanno riconquistata poco tempo dopo.

Albe era stato richiamato al fronte? Dove? Riceveva sue notizie? 
È stato richiamato ma è riuscito a farsi congedare subito. Non ricordo ricorrendo a quale espediente. Ha fatto pochi mesi di servizio militare e poi abbiamo insieme preso la montagna.

Perché ha scelto di fare la partigiana? Erano molte le donne che come lei non si sono limitate ad aspettare a casa il ritorno di mariti, padri o fratelli? Lo rifarebbe?
L’ho scelto perché pensavo che bisognava farla finita con i fascisti, con i nazisti e con i loro orrori. La Val D’Ossola è stata molto colpita dalle brutalità dei nazifascisti: rastrellamenti, devastazioni, furti. 
Io avevo una bambina piccolissima e mia madre e la tata sono dovute andar via dalla casa  di Mergozzo che è stata distrutta dai fascisti che erano venuti a cercarci. Hanno fatto a pezzi persino i contatori della luce. Albe è riuscito a scappare in Svizzera; io sono tornata a Milano e sono stata ospitata in casa di amici. Poi ho ricominciato a fare la staffetta, ovvero a tenere i contatti tra le bande e gli organismi dirigenti. La gente ci sosteneva, l’antifascismo era diffusissimo; la gente odiava i nazifascisti per tutte le loro malefatte. Facevamo quella che si chiamava radio-staffetta: consisteva nell’avvertire i partigiani dell’arrivo dei nazifascisti. Giravo con un’arma. Non ho mai sparato. 

Come hanno reagito i suoi familiari di fronte alla vostra scelta di fare la Resistenza?
Mio padre, come sapete, è  scomparso il 15 settembre del 1943. Mia madre ha accettato la mia scelta; si rendeva conto che non c’era altro da fare per difendersi

L’abbiamo già chiesto ad un partigiano e ci sembra interessante rifare a lei la stessa domanda: cosa pensa della cattura e dell’impiccagione di Mussolini in piazzale Loreto? Cosa ha provato allora? Cosa pensa oggi di quella scelta?
Allora mi sembrava più che logico che lo facessero fuori, però in quel modo così spettacolare mi è parso già allora contrario a quello che noi volevamo essere. Noi non dovevamo comportarci come loro. Anche se era giusto che Mussolini pagasse con la vita i suoi errori, avrei preferito che fosse sottoposto a un regolare processo. 

Che giudizio dà degli americani e del loro intervento assieme agli inglesi per “liberare” l’Italia? E della scelta di bombardare civili inermi?
Avevamo sentimenti ambivalenti. Ci sembrava giusto il loro intervento perché anche loro, come noi, volevano premunirsi dal dilagare del fascismo e del nazismo. Però non volevamo consegnarci completamente nelle loro mani. Dopo la liberazione quando gli alleati hanno chiesto ai partigiani di consegnare le armi non tutti l’hanno fatto; non eravamo ancora convinti che fosse finita del tutto. Ma, invece sì, era finita quella fase. Poi è cominciata un’altra storia.
(Lica si accende una sigaretta e dice che fuma da quando aveva tredici anni, essendo nata in una famiglia di fumatori).

Come e dove ha conosciuto Albe? Quando vi siete sposati?
L’ho conosciuto a Milano a casa di amici; ci siamo sposati nel 1938. Dopo il matrimonio  abbiamo subito aperto  uno studio e lo abbiamo chiamato “Albe e Lica Steiner”, avevamo disegnato anche il marchio. Abbiamo avuto la fortuna di avere grossi clienti che ci hanno commissionato i primi lavori. Un nostro amico era direttore della Bemberg, che produceva uno dei primi filati sintetici e ci affidò dei lavori: facevano una rivista che noi avevamo il compito di impaginare. E così abbiamo cominciato. Subito dopo la guerra avevamo rapporti con esponenti della intellettualità milanese; tutti i mercoledì c’era una riunione; partecipavano architetti, scrittori, poeti. Si discuteva di quello che c’era da fare e c’era una grande solidarietà. Sentivamo tutti il desiderio di impegnarci per la ricostruzione del paese. Nel 1945 Vittorini decise di pubblicare “Il politecnico”, il primo settimanale moderno dell’Italia repubblicana

Qual è stato il primo regalo che le ha fatto Albe?
Chi se lo ricorda!

Qual era il peggior difetto di Albe? Quale la sua qualità migliore?
Era tanto preciso e attento, non ammetteva sbavature. Parlava bene: era ironico e divertente. Non sopportava di essere travisato Aveva un grande senso di responsabilità.

Quale è stato il suo primo lavoro grafico?
Era un retino fatto a mano in modo molto preciso e dettagliato, tanto da sembrare stampato. In questi giorni è esposto in una mostra a Ferrara.

Qual è il lavoro di suo marito al quale è più affezionata? Qual è, secondo lei, il lavoro più riuscito? Quale lavoro avete realizzato insieme?
Forse “Il Politecnico” è quello a cui sono più legata affettivamente. Il lavoro più riuscito? Bisognerebbe chiederlo al committente. Secondo me i lavori di Albe sono tutti riusciti, altrimenti  non li licenziava.

Da dove le è nata la sua passione per la grafica? Quando è cominciata? Qual è stata l’opera più importante a cui ha lavorato? Quella di cui va più orgogliosa?
La passione per la grafica è nata lavorando con Steiner. Io avevo una buona predisposizione perché dipingevo. Le mie capacità di “pittrice” venivano trasfuse nel lavoro grafico.
L’opera più importante: la mostra sulla Ricostruzione che si tenne all’Arengario nel 1945 

Quali devono essere le qualità di un grafico?
La curiosità e il rigore: non deve mai fermarsi alla prima impressione.

È contenta che sua figlia Anna abbia scelto di fare anche lei la grafica?  Ha continuato a lavorare anche con sua figlia?
Anna si è laureata in architettura e lavora insieme al marito anche lui architetto. Mia figlia mi ha molto aiutata .

In che modo le nuove tecnologie hanno cambiato il lavoro del grafico? Quali previsioni si sente di fare sul futuro di questa professione?
Temo che le nuove tecnologie rischino di soffocare la creatività, perché offrono soluzioni già pronte. Quando si deve fare un lavoro e visualizzare il tema, consiglio di pensarlo e schizzarlo a mano. Usare le risorse offerte dalla tecnica solo dopo, in fase di realizzazione. Non cercare subito la soluzione nelle nuove tecnologie; si rischia la superficialità e l’approssimazione. Le soluzioni facili restano molto al di sotto del livello  richiesto dalla comunicazione visiva che oggi ha raggiunto un grado molto alto di complessità.

Perché ha deciso di fondare l’associazione Albe Steiner? Con quali finalità? Quando? Da chi è frequentata?
Oggi l’Associazione, nata nel 1975, è frequentata da studenti universitari e da professionisti per le loro ricerche. 
Albe diceva sempre che aveva faticato molto per far riconoscere e istituzionalizzare la professione del grafico. Per questo aveva lavorato molto a livello didattico: per offrire corsi di studio (all’Umanitaria a Milano, a Urbino) ben articolati. Per questo la nostra biblioteca  anno dopo anno si è arricchita di volumi  spesso rari e introvabili. Non volevo che questo patrimonio, dopo la sua morte, fosse disperso nelle case private delle eredi. Doveva essere messo a disposizione degli studenti e dei professionisti, al servizio della comunicazione visiva. Anna mi ha molto aiutata a realizzare l’Associazione, dedicando moltissimo tempo a questo progetto. Il Ministero dei beni culturali ha riconosciuto il valore storico e documentario dell’archivio e della biblioteca ed è stato così possibile schedare e catalogare sia i fondi dell’Archivio che i libri della biblioteca.  La prospettiva verso cui gli enti pubblici dovrebbero muoversi è la raccolta di altri fondi archivistici di privati e di enti e l’arricchimernto della biblioteca in modo da costruire un Centro di documentazione completo ed esauriente sulla comunicazione visiva.